Gabriel Garko e l’elogio del superfluo a Sanremo 2016

Il Festival di Sanremo è come la vigilia di Natale, quando per accogliere i parenti si tira fuori la porcellana della nonna. Ti accorgi che è arrivato allorquando in prima fila al teatro Ariston vedi il trio del bridge Parodi, Parietti & Marini: chissà perché le cose vecchie suggeriscono una idea di chic. E mentre mi accingo a godermi le 3 ore e mezza di spettacolo adrenalinico (?!) della terza serata vengo assalita, anzi no, aggredita da un dubbio atroce: ma il direttore artistico della kermesse è davvero Carlo Conti?

La presenza infatti di Gabriel Garko, le sue uscite, lo sguardo incerto sul gobbo che fatica a decifrare benché scritto nella sua lingua madre (o quanto meno così dovrebbe essere), lui che fa le faccine con la lingua di fuori per pantomimare l’imbarazzo come se fosse una emoticon di whatsapp, il suo essere così fuori luogo/tempo/senso fa montare nella mente uno degli aforismi più celebri di Oscar Wilde: non c’è nulla di più necessario del superfluo.

Ora, delle due l’una: o lui (il Garko nazionale intendo) è arrivato sul palco per un errore di sistema, oppure gli autori dell’entourage di Conti sono in preda ad una dotta citazione. E quando poi, alla fine della puntata di ieri, il plastico (nel senso di pvc) volto delle fiction di Canale5 saluta Nicole Kidman dicendo che “sono emozionato come quando ieri ho sceso le scale la prima volta” ogni dubbio si dissipa: non c’è nessuna regia raffinata, ma solo il trionfo del nulla sottovuoto spinto.

Garko ha sceso le scale. A me sono scesi gli zebedei (che in bocca a una signora ‘ste cose non si dicono).

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