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La Linea Verticale, Mattia Torre: “Ho dato alla serie un’impostazione teatrale”

Come ormai è noto, la storia de La Linea Verticale (disponibile su RaiPlay e da domani sera su Raitre) è tratta da un’esperienza realmente accaduta a Mattia Torre, che della serie è creatore e regista. Un’esperienza che Torre ha voluto prima raccontare in un libro e subito dopo portare in televisione.

“Il desiderio è stato di raccontare, nell’Italia di oggi, un reparto oncologico di un ospedale pubblico di assoluta eccellenza, capitanato da un chirurgo che ribalta il cliché del primario barone arrogante e scollato dalla realtà, e che anzi rappresenta, per gentilezza, generosità e amore verso il proprio mestiere, l’idea di un’altra Italia possibile”, spiega Torre presentando la serie.

Per Torre, nello scrivere la sceneggiatura, è stato molto importante dare al racconto un’impostazione teatrale e, soprattutto, avere la libertà creativa che gli permettesse di affrontare un tema molto duro come la malattia senza cadere in facili banalità:

“Il reparto è il nostro palcoscenico: la serie si svolge lì, perché oltre ad essere il luogo del ricovero del protagonista, è un piccolo universo che vive di interessanti leggi proprie; è sempre identico eppure muta sempre, cambiano i pazienti, fanno i turni medici e infermieri, vive di gioie, di dolori lancinanti, ma anche di grande (e talvolta involontaria) comicità; e di amicizie che poi durano per sempre”.

Da qui, quindi, l’idea di trattare attori e set come se fossero a teatro:

“Ho girato “La linea verticale” con una postura simile a quella che ho sempre adottato a teatro, in un regime cioè di grande agilità produttiva, di essenzialità, e di massimo sforzo sulla scrittura e sulla direzione degli attori”.

Il regista ha anche tenuto a mente la sua passata esperienza televisiva con Boris, serie comica di Sky che fu un grande successo di critica:

“Come nel caso della serie ‘Boris’, anche qui gli attori sono, oltre che interpreti di razza, anche persone che hanno condiviso gli intenti del racconto, ne sono stati garanti, e ne hanno consentito la riuscita”.

La libertà narrativa, invece, “è consistita nel superamento della tradizionale struttura della serie da 25 minuti (una trama e due sottotrame). Il tentativo è stato qui di procedere senza rete, raccontando vicende molto realistiche da un punto di vista clinico, ma facendolo in modo libero e a tratti spregiudicato, talvolta surreale”.

Un tentativo che, stando alle prime critiche di chi ha già visto gli episodi, è assolutamente riuscito.

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